Aspetta e vedrai, mi dico, come se fossi rimasta al buio per troppo tempo e fuori fosse ancora notte, aspetta e vedrai. Da qualche parte arriva, un'alba, la sorpresa, il vento, la delusione cocente come la gioia improvvisa. Piove forse, domani. Oggi no, oggi prendo il motorino. Un tuo sms mi distrae, mentre decido di staccare un altro biglietto per volare ancora. "Vorrei - ti dico - voglio superare d'un balzo incomprensioni, fraintendimenti, paure e arrivare da te". Sono leggera quando torno a casa dopo l'allenamento trascinandomi dietro la borsa della palestra che mi hai lasciato tu. Cerco segni nella buca delle lettere. Piano piano dimentico, o meglio: lascio tutto dov'è a diventare ricordo.
Il vero difetto della vita è quello di essere bellissima.
Ah, bah, e chi ci crede? Non ci riesce l'amore, ad addomesticarmi, va meglio col risentimento e con il sospetto, quelli sì che creano "comportamenti indotti", come li definisci tu. Stare in mezzo a tutte queste "cattive vibrazioni"ti illudi che ti fortifichi la pelle, ma la pelle ha bisogno sempre del suo riconoscimento. "E' normale avere paura, normale avere delle indecisioni, normale trovare delle resistenze - dici tu - è normale: siamo innamorati". Ma perché mi pare incredibile tutta 'sta normalità?
It's another good vibration
red hot chili peppers

Sono di nuovo qui ed è ancora un inizio.
Nessuno lo aveva programmato. Perché gli inizi non li decidi con una data.
L'inizio è cominciato prima dell'uno gennaio.
Allo scoccare della mezzanotte sono rimasta la stessa, con tutte le mie indecisioni e un bicchiere d'acqua con cui non puoi brindare "che sennò porta male".
L'inizio era già arrivato dal mare. L'inizio, forse, c'è sempre stato.

Te lo chiedo, visto che ho comprato un biglietto con la copertina blu e verrò in volo da te.
"Ma tu, sei più forte di me?". Mi rispondi, per telefono: "a quale gioco?".
Ok, mi dici, sono le due di notte, ok, me ne vado. Questa non è la tua città e io non sono più la tua fidanzata. Ok, mi chiamo un taxi. E arriva Svezia 7. Arriva e tu te ne vai sbattendo porta e portone e svegliando i vicini, che qua si deve dormire e voi che fate, domani mattina non lavorate? Sfaccendati!. No, non lavoriamo, come dici tu? "è questo il mio lavoro, adesso? Litigare con te?". Scorazzi per la città con Svezia 7 e dopo due ore torni. Svezia 7 se ne va senza di te e tu bussi educatamente."Ho visto il lungomare", mi confidi. Decidiamo che siamo di nuovo fidanzati e puoi dormire nel mio letto. Decidiamo che puoi metterti il piagiama, ad avercelo, il pigiama, oh, oh! così come la valigia, l'hai lasciata su Svezia 7! Svezia 7 torna, ormai ti conosce, ti riporta i bagagli. Dici, "non mi posso mai rilassare in questa casa". Ora tu ti scordi le valigie e sarebbe colpa mia? Tu ripeti, "mi chiamo un taxi!" E arriva Svezia 7, che ormai l'indirizzo lo sa, e dal citofono il tassista mi fa "ma se lo tenesse a casa, sono le quattro di notte, è un bravo ragazzo..."

Non credo vedrò mai niente di quello che fai, tanto tu non hai mai letto niente di mio e siamo pari. Sono di nuovo trasparente e adesso non so con chi prendermela, vomito cibo e rancore componendo sms che mi guarderò bene dal spedire. Vorrei che qualcuno mi lavasse il cervello, durante questa notte insonne, mettendolo a mollo come si fa con certa verdura perché perda l’amaro, e magari lucidandolo per bene perché torni a brillare. Ma, mi chiedo, le parole “assoluzione” e “assoluto” hanno la stessa la radice? Mentre cerco un vocabolario sento testa e cuore perdere colpi all’unisono . La parte di me esitante, timida e insicura, chiede scusa di continuo per essere nata così: esitante, timida e insicura. La tengo nascosta forse perché mi fa un po’ senso e intanto perfeziono l’arte della fuga dalla realtà: passo la vita da sola davanti a diplay o a schermi colorati. Cambio sfondo ma non sostanza. Niente mi appartiene, ma questo non basta ad evitarmi il dolore della distanza e dell'abbandono. A preservarmi dalla stanchezza di fare la buona, brava e bella, o addirittura la coraggiosa, la decisa, quella in gamba. Sono stanca di farmi aspettare. Tenetevi pure il privilegio dell’ultima parola: non m’interessa più.
Amare è una grandissima manifestazione di libertà. Forse l'ultima che c'è rimasta. Ogni volta che si ama si abbatte un muro di omertosa indifferenza, verso gli altri e soprattutto verso se stessi, verso la vulnerabilità del proprio corpo mortale, guscio dell'anima fragile, verso la sua richiesta, precisa e spiazzante: "ama, opponiti al dolore, ferma tutto questo". Amare non è un atto di generosità, non è appoggiarsi all'altro, amare è un atto di orgogliosa rivoluzione.
(niente aforismi, qua le frasi sono nostre, certificate "Zie")

E mi do da fare,
tento di convincere chiunque,
metto in fila parole,
con la grazia severa
di cazzute ballerine,
in cerca di un buon ingaggio.
Ho fatto appena in tempo,
pensa, un altro po' e sarei riuscita
a volerti bene,
tu invece sei uno di quelli che s'incattiviscono
e ostentano indifferenza, davanti a un silenzio.
Ma di quante attenzioni hai bisogno,
e perché diavolo dovresti meritarne più di me?
Su quali basi?
Eppure avrei dovuto ancorarmi meglio, non credi?,
per reggere il peso di entrambi.
Perché lo fai?
ti sei sentito messo da parte,
dici tu,
mentre collezioni abbandoni
e ti fai bello del tuo dolore,
ma raccontati la verità; almeno,
scruta i cocci: frammisti,
suddivisi in due porzioni uguali,
perché da parte, a guardare,
ti ci eri messo da solo.

Poi calata la sera lo chiamo(dopo che la socia mi caxxia "ma perché? sentiamo, che devi fare di più interessante, cretina che non sei altro"e altri simpatici epiteti) e gli chiedo: "che fai?", con quest'uomo mi pare assurda qualsiasi domanda. Dev'essere terribile e assieme meraviglioso provocare dei sentimenti così contrastanti nelle persone. Ti pare che ogni cosa manchi di senso per uno del genere, che ti devi inventare chissà ché per essere originale e risultare simpatica, per questo non volevo vederlo, credetemi, quest'investitura da cavaliera della tavola rotonda, questo compito di convincerlo a fare 'sto film che ancora non esiste se non sulla carta, mi stanca, ditemi quello che volete, che sono vigliacca, che non ho fiducia nelle mie capacità da sceneggiatrice, che mi piace perdere le mie occasioni per potermi poi lamentare del fallimento, ma sono spaventata e terribilmente in tensione. "Sono in albergo - mi risponde - davanti alla tivvù" veramente? "Se vuoi - mi spiega - posso fare la mitologia di me stesso e dirti che sto bevendo un whisky e fumando un sigaro, ma sono stanco morto, buttato qua sul letto, sul set si improvvisa, ho tutte le ossa incriccate, con due pose di responsabilità sul groppone". "Senti, ti richiamo domani", "domani, è perché? Guarda che posso parlare benissimo del progetto, e poi devo pur mangiare". Devi sì, gli dico, sei parecchio secco tu. "Dove mi porti di bello?" Ora, credetemi, ho quasi quarantanni (tra due anni) ma sta domanda mi lascia praticamente basita, "eh, uhm, cioè, ah, vediamo", riesco a cogitare, nebbia mentale. E che sono stanca, sono spaventata, sono innamorata del mio ruolo di fallita, mica posso cambiare nello spazio di una sera? vi pare, no?
“Ho preso l’acqua”, gli dico, anche se si vede. Lui ha l’aria di essersi svegliato da poco. Camicia bianca, barba incolta, classico look da attore scafato, ormai imitato da tutti i maschi mori del mondo, gli occhi enormi, molto più grandi di quanto potessi immaginare: ti ci puoi specchiare dentro. E nel mio caso vedere una con il ciuffo attaccato alla fronte e una faccia rotonda, imbarazzante, rubiconda, confrontata alla sua spettrale magritudine chic con le costole in evidenza. “Ho fatto due settimane a Londra, non sai come mi sono mancati – dice rivolto al suo cornetto e cappuccino – tu prendi qualcosa?”. Eccola là, Londra, classico esergo da attore scafato in volo per il mondo. Vorrei un asciugamano da arrotolarmi in testa, dichiaro, “ora glielo chiediamo” fa lui guardando la cameriera. Mi domando se ha il senso dell’umorismo, intendo, come essere umano (magari nei film che ha fatto sì), perché se non ce l’ha per me e la mia sceneggiatura sono caxxi. “Hai letto?”, comincio, lui gira lo zucchero nel cappuccino, sospira, mi tiene sulle spine “l’idea è buona, può funzionare…”, è vago. Io dovrei blaterare convincimenti, ma non mi viene niente, solo la frase sbagliata “è il budget che ti preoccupa?”, “ma mica uno deve fare tutto per soldi, no?”, chiede, dimmelo a me, gli rispondo. Parlare di soldi è sempre imbarazzante. Parlarne con i capelli appiccicati in testa ancora di più. Ride, finalmente. Sei umano, dico, "come no", fa lui, immaginavo recitassi la parte del figo 24 ore su 24. "Ma non penserai davvero che esite gente sempre e comunque figa? è come credere a babbo natale" dichiara, infatti, dico io, io credo solo in dolce e gabbana. Lui ride di nuovo "io sono più versante Armani" dice alzando l'indice. To be continued...