Ogni giorno ci sono migliaia di parole e di gesti che non diremo o non faremo più, li abbiamo perduti, morti e sepolti, nell'amore. Perché ogni incontro deluso ce li avrà tolti, ci avrà fatto giurare, "non lo farò ancora, per nessun altro al mondo".
Vivere non è solo un'esperienza a perdere, un cavarsi fuori dal letto ogni sacra mattina che ci ha disegnato il Principale. È anche non smarrire i gesti e le parole passate. Anzi, soprattutto.
"Dobbiamo volerci bene, perché è un mondo cattivo, senza pietà, che racchiude dentro di sé un cuore selvaggio" (D.Lynch)
Delle volte basta cambiare elemento: la tartaruga, quando si muove in acqua, non è più particolarmente lenta.
"Vuoi che ti dica qualcosa di veramente sovversivo? L'amore è tutto ciò che si è sempre detto che sia. Ecco perché la gente si dimostra così cinica nei suoi confronti...Vale veramente la pena di battersi per l'amore, diventare coiraggiosi e rischiare tutto ciò che abbiamo. E il guaio è che, se non rischi nulla, rischi ancora di più".
Erica Jong, tratto da Come salvarsi la vita

Probabilmente il più grande simbolo di eroe nella cultura occidentale è il personaggio di Ercole appartenente sia alla mitologia romana che a quella greca (...) Però l'aspetto che è venuto meno nella nostra interpretazione moderna di questo eroe archetipo è che nel mito reale, Ercole era un individuo cupo e intollerante (...) hanno perso traccia di questo lato del suo carattere psicotico che fu causa della penitenza diventata celebre col nome de "le Dodici fatiche di Ercole". (...) Senza il suo bisogno di redenzione, le imprese e le fatiche di Ercole sembrano eccezionali e straordinarie piuttosto che apparire come costo dell'espiazione per la rovina causata alla sua vita.(...) Ciò significa che tante signore di mezza età che lottano per sollevarsi dalle ceneri di un matrimonio fallito, potrebbero essere considerate delle eroine (...) il potenziale di eroe esiste in ciascuno di noi, anche il potenziale di fallimento (...) In questo contesto poi, l'opposto di eroico non è codardo o spregevole, ma tragico. Perciò è fondamentale per gli sceneggiatori essere sempre coscienti che ciò che rende tragici i personaggi non è il risultato di quello che subiscono ma anche il risultato di quello che non fanno per se stessi.
Dara Marks, da L'Arco di trasformazione del personaggio - Come e perché cambia il protagonista di una grande storia.

Ho cambiato il telefonino, la disposizione della casa. Ho comprato un nuovo specchio. Sto cambiando lavoro, ricevo strane telefonate di individui che vogliono scrivere sceneggiature di films insieme a me. I miei capelli si allungano. Fra poco sarà settembre. Toccherà sostituire il mese nel nuovo calendario da tavolo che ho comprato. Almeno qualcosa cambia.

Mi pare desolante pensare a una tipa che sul piano reale non sei mai stato capace di avvicinare umanamente. Ma chi sei, Giacomo Leopardi? Mai per me un’attenzione qualunque, tacciata per banalità, immolata in nome di chissà cosa, forse l’eternità. Ma Silvia (quella del Leopardi) che ne sai? Magari all’eternità avrebbe preferito un invito a prendersi un gelato, una carezza sui capelli. È desolante, non so come chiamarlo: una sorta di autismo emotivo, giusto?, un filo sottile che attraversa la vita di chi si esprime attraverso la sua arte e non sa dire o dare per altre vie. Mi pare desolante, o forse no. Forse è solo un modo come un altro per sopravvivere al quotidiano e a tutto il resto. Personalmente preferisco andare al mare a nuotare. Ciao Giacomo!

Può cambiare il contesto, le stagioni, la tua età o il tuo vestito. Guardi il mare, leggi la tua agenda, segni un numero in rubrica. Ma quel nome, pronunciato per caso, letto, annunciato, chiamato, dato a un bambino che corre, strillato da una mamma in ansia, accordato a mille altri cognomi, ovunque, su un muro, magari in una targa, non può mancare di metterti in allarme. Perché è quel nome. E tu sola lo sai.
Nei rapporti a due ognuno risponda per sé. Non si sogni di dire, io lo amavo e lui pure, ognuno risponda per sé perché non può saperlo. Come dice Marlon Brando ad Anna Magnani in Pelle di serpente, "siamo condannati alla segregazione cellulare", il mio corpo è il mio limite. Io non posso capire, non posso sentire l'altro. Oltre l'empatia, per avvicinarmi a te posso solo cambiare pelle. Entrare nella tua. Mi toccherà fare una muta, come il serpente, appunto...

